Qualche giorno fa alla LUTE, alla fine di una conferenza, una mia amica, amante dei libri, mi ha rivelato di aver dimenticato quasi tutti i libri che ha letto. “… è rimasto dentro di me solo il titolo” ha concluso con rammarico.
Mi è venuto in mente un antichissimo Koan cinese.
«Ho letto moltissimi libri ma ho dimenticato la maggior parte di essi, allora qual è lo scopo della lettura?»
Fu questa la domanda che una volta l’allievo fece al suo Maestro.
Alla domanda il Maestro non rispose.
Dopo qualche giorno, mentre lui e il maestro stavano seduti vicino a un fiume, egli disse di aver sete e chiese al ragazzo di andare a prendere l’acqua con un setaccio sporco.
L’allievo rimase perplesso dall’assurda richiesta, ma sapendo bene che un allievo non può contraddire il Maestro, prese il setaccio, andò al fiume e cercò di eseguire ciò che gli era stato chiesto. Ogni volta che immergeva il setaccio nel fiume non riusciva a fare nemmeno un passo verso il Maestro che non ne rimaneva neanche una goccia. Provò e riprovò decine di volte ma per quanto cercasse di correre più veloce, l’acqua continuava a passare in mezzo a tutti i fori del setaccio e si perdeva lungo il tragitto. Sfinito, desistette. Andò a sedersi accanto al Maestro e disse:
«Maestro, mi dispiace, ho fallito nel mio compito!»
«No – rispose sorridendo il maestro – non hai fallito! Guarda il setaccio, prima era sporco mentre adesso brilla come nuovo. L’acqua filtrando dai suoi buchi lo ha pulito.»
«Quando leggi i libri – continuò il Maestro – tu sei come il setaccio e i libri sono come l’acqua del fiume. Non importa se non riesci a trattenere la memoria di tutta l’acqua che essi fanno scorrere attraverso di te. I libri con le loro idee, le loro emozioni, puliranno la tua mente e il tuo spirito, e ti renderanno una persona migliore e rinnovata. Questo è lo scopo della lettura!»

Maria Antonietta Mula


MEMORIE DI ADRIANO

di Marguerite Yourcenar

di Marguerite Yourcenar

MEMORIE DI ADRIANO di Marguerite Yourcenar è un romanzo a me caro, che ho letto e riletto tantissime volte per la sua straordinaria profondità, per le riflessioni sull’animo umano, sull’amore, sulla morte… sulla vita.

La storia è raccontata in prima persona da Adriano, imperatore romano dal 117 al 138 d.C, e inizia con la frase: “Mio caro Marco…”. Adriano, ormai anziano, si rivolge a Marco Aurelio, suo nipote adottivo ed erede al trono, per informarlo delle sue precarie condizioni di salute. Conscio di essere sulla soglia tra la vita e la morte, l’imperatore racconta gli eventi più importanti che hanno costellato la sua esistenza. I primi ricordi risalgono agli anni dell’infanzia trascorsi a Italica, antico insediamento romano situato nella penisola iberica; poi ci sono i ricordi delle battute di caccia, delle cavalcate con il suo cavallo lanciato al galoppo, del piacere per il nuoto, del suo precoce interesse per l’astrologia e della sua passione per le arti in genere, del suo amore verso la cultura e la filosofia greca.

La seconda parte del libro riporta le riflessioni sulla guerra e sui crimini perpetrati dai Romani. L’imperatore propende per una pacifica convivenza tra popolazioni diverse e si impegna a far sì che la legge rispecchi i reali bisogni dell’uomo. Affronta quindi temi di un’attualità sorprendente, come la condizione dei più deboli, sostenendo i diritti umani e riducendo per quanto possibile le differenze di classe. Attraverso i viaggi nell’impero capisce che Umanità, Libertà, Giustizia dovrebbero essere i valori seguiti da qualsiasi individuo.

Affronta il tema dell’amore omosessuale per il giovane Antinoo e il dolore per la sua tragica morte.

Adriano è consapevole che non gli rimane molto da vivere, ma sa di aver dato il massimo e aver vissuto in profondità ogni istante. Basandosi sull’idea che tutto abbia un inizio e una fine, rigetta l’idea del suicidio, convinto che la pazienza permetta ad ognuno di accogliere serenamente il destino che gli è stato accordato. La vita deve essere onorata e la morte accolta come specchio che retrospettivamente dona senso a quanto è stato.

Memorie di Adriano si eleva a romanzo classico in quanto l’imperatore, vissuto nel II sec d.C, si trasfigura in un personaggio del nostro tempo e con le sue riflessioni è anticipatore della modernità.

Riporto di seguito alcune frasi che mi sono rimaste nel cuore:

Elevare fortificazioni in fin dei conti equivale a costruire dighe: equivale a trovare la linea sulla quale si può difendere una sponda o un impero, il punto dove sarà contenuto, arrestato, infranto, l’assalto delle onde o quello dei barbari. Costruire un porto significa fecondare la bellezza d’un golfo. Fondare biblioteche, e come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.

Alcibiade ha sedotto tutti, persino la Storia; tuttavia, lasciò dietro di sé cumuli di morti ateniesi abbandonati nelle cave siracusane, una patria vacillante, le divinità dei crocevia scioccamente mutilate dalle sue mani. Io avevo governato un mondo infinitamente più vasto di quello nel quale l’ateniese era vissuto; vi avevo mantenuto la pace; l’avevo attrezzato come una bella imbarcazione ben munita per un viaggio che durerà molti secoli; avevo lottato in ogni modo per secondare il senso del divino nell’uomo, senza tuttavia sacrificare a esso l’umano. La mia felicità era il mio compenso.

Durante un viaggio nella Troade, visitammo la pianura dello Scamandro sotto un livido cielo da bufera; l’inondazione, i cui danni ero venuto a ispezionare sul luogo, trasformava in isolotti gli antichi sepolcri. Per alcuni istanti mi raccolsi sulla tomba di Ettore; Antinoo andò a sognare su quella di Patroclo. Non seppi riconoscere nel cerbiatto che m’accompagnava l’emulo del camerata di Achille, e schermii le fedeltà appassionate che fioriscono soprattutto nei libri; e la bella creatura insultata arrossì a sangue. La franchezza era sempre più la sola virtù alla quale mi costringevo; mi accorgevo che le discipline eroiche di cui la Grecia ha pervaso l’affetto d’un uomo maturo per un compagno più giovane spesso non sono per noi che ipocrite smancerie.

Vidi uscire a uno a uno gli ultimi difensori della fortezza, smunti, laceri, orrendi e tuttavia magnifici come tutto ciò che è indomabile.

Ne potrei citare altre, tante altre, innumerevoli…  mi fermo qui per non togliere il gusto della scoperta a chi lo leggerà per la prima volta. Voglio riportare un piccolo frammento poetico composto da Adriano.

“Animula vagula  blandula/ Hospes comesque corporis,/ Quae nunc abibis in loca/ Pallidula, rigida nudula,/ Nec, ut soles, dabis iocos…”.

Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti.

Marguerite Yourcenar al frammento ha aggiunto una piccola strofa… bellissima…  e che forse un po’ tutti abbiamo bisogno di leggere una volta nella vita … o forse di più.

Un istante ancora. Guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…

Maria Antonietta Mula

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